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È stato firmato il 12 Settembre u.s. il Decreto Interministeriale - Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Ministero dell’Economia e delle Finanze – che regolamenta il riconoscimento di importanti sgravi contributivi ai datori di lavoro (esclusivamente privati, no pubbliche amministrazioni) che prevedano, nei contratti collettivi aziendali, istituti di conciliazione tra la vita professionale e la vita privata dei propri dipendenti.

Si tratta di una misura sperimentale in vigore per il biennio 2017-2018.

Più precisamente, per ottenere tali benefici, il contratto collettivo aziendale, sottoscritto e depositato in via telematica presso la ITL, deve prevedere misure di conciliazione tra vita professionale e vita privata innovative rispetto a quelle già disciplinate dai contratti collettivi nazionali di riferimento ovvero integrare e/o migliorare quelle misure già previste in precedenti contratti aziendali.

Ecco alcune delle misure di conciliazione ipotizzate del decreto in parola: dall’asilo nido aziendale all’estensione temporale del congedo di paternità e/o parentale, dalla flessibilità oraria fino alla cessione solidale (tra colleghi) dei permessi, nonché percorsi formativi per favorire il rientro dal congedo di maternità e convenzioni per l’erogazione di servizi direttamente in azienda.

Il contratto collettivo aziendale dovrà prevedere almeno due misure conciliative, nonché riguardare per la misura adottata almeno il 70 % dei lavoratori occupati nell’anno solare precedente quello di presentazione della domanda.

La procedura per richiedere l’agevolazione si avvia presentando una domanda telematica all’INPS.

La domanda va presentata entro il 15 novembre 2017 per i contratti depositati entro il 31 ottobre 2017, ed entro il 15 settembre 2018 per i contratti depositati entro il 31 agosto 2018.

Lo sgravio, se riconosciuto dall’INPS, non potrà comunque superare il 5% dell’imponibile contributivo dichiarato dal datore di lavoro privato nell’anno precedente la richiesta del beneficio stesso.

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Il presupposto per ottenere dall’INPS l’erogazione dell’assegno di disoccupazione è che il lavoratore che sia stato licenziato (anche se per giusta causa), ovvero che si sia dovuto dimettere (ma solo per giusta causa) versi, appunto, in stato di disoccupazione involontaria.

Chiaramente, lo stato di disoccupazione dovrà continuare a sussistere per tutta la durata della prestazione erogata.

Pertanto, qualora il percettore della indennità di disoccupazione venga impiegato presso una nuova azienda, dovrà darne tempestiva comunicazione ai Competenti Uffici dell’Inps affinché interrompano l’erogazione della detta prestazione.

Vediamo adesso, in concreto, la specifica dei rischi che corre un soggetto laddove venga trovato sul posto di lavoro nel corso di un’ispezione dell’azienda, o a seguito di segnalazioni pervenute all’Ispettorato del Lavoro, nell’arco temporale in cui percepisce la c.d. “disoccupazione”.

In particolare:

  1. Chi presta lavoro “in nero” alle dipendenze di un’azienda e al contempo presenta domanda all’Inps per ottenere il riconoscimento della disoccupazione, commette il reato di “falsità ideologica del privato in atto pubblico”, punibile a norma dell’art.  483 c.p. con la reclusione fino a due anni.
  2. Chi, poi, indebitamente percepisce l’assegno di disoccupazione, continuando a svolgere attività lavorativa alle dipendenze di un altro datore, è perseguibile ex art. 316 ter c.p. per “indebita percezione di erogazioni in danno dello Stato”, salvo che il fatto (per le modalità in cui si è estrinsecato) costituisca il ben più grave reato di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” punito a norma dell’art. 640 bis c.p. con la reclusione da uno a sei anni.
  3. Si aggiunge, infine, la condanna a restituire tutte le somme illegittimamente percepite dall’Inps.

Ed allora, a fronte di Controlli Ispettivi, non è solamente l’azienda a rischiare salate sanzioni per aver impiegato un lavoratore senza regolarizzarlo ma, come stabilito dalla citata normativa così come recepita anche dalla Giurisprudenza di merito, anche il “lavoratore-disoccupato” rischia ben gravi sanzioni a fronte di tali deplorevoli condotte.

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Dal prossimo 1 Settembre prenderà il via la cosiddetta fase sperimentale prevista dalla Riforma Madia in materia di riorganizzazione delle Pubbliche Amministrazioni.

A decorrere da questa data, sarà esclusivamente l’INPS ad occuparsi delle visite fiscali a domicilio anche per i dipendenti pubblici, sostituendosi così alle ASL che fino ad ora se ne erano occupate.

L’INPS diverrà quindi l’Organo unico incaricato di effettuare gli accertamenti medico-legali di controllo su tutti i dipendenti, tanto pubblici quanto privati, assenti dal proprio posto di lavoro per motivi di malattia.

Questa misura, chiarisce il Riformatore, punta a massimizzare l’efficacia dei controlli.

L’obiettivo è proprio quello di massimizzare l’efficacia di tali accertamenti, garantendo una migliore copertura territoriale dei controlli fiscali.

Peraltro, nell’ottica di una crescente uniformazione tra il settore pubblico e quello privato, è in programma, altresì, la modifica delle fasce orarie di reperibilità, che, in una fase successiva, potrebbero diventare le stesse.

Per il momento, restano in vigore le attuali sette per la pubblica amministrazione (dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18) e quattro per i privati (dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19).

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