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Il caso: una paziente richiedeva la prestazione professionale di un medico, lamentando forti dolori addominali. Dagli esiti degli esami clinici prescritti dal medico incaricato, quest’ultimo diagnosticava un’ernia ietale, non disponendo, di contro, idonei accertamenti istologici che, qualora eseguiti tempestivamente, avrebbero rilevato con sensibile anticipo la natura tumorale della patologia da cui soffriva la paziente. Le cure apprestate, quindi non sortivano alcun effetto e la paziente moriva.

La Corte d’Appello di Bari assolveva il medico dall’accusa di omicidio colposo ex art. 589 c.p., ritendendo che la condotta dell’imputato non fosse stata causalmente idonea a determinare la morte della paziente, morte che, vista la natura del male che l’affliggeva, sarebbe comunque avvenuta.

Sul punto, è recentemente intervenuta la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 50975 dell’8 Novembre u.s., annullando con rinvio la pronuncia di appello ai soli effetti civili, vista l’avvenuta prescrizione del reato di omicidio colposo.

La sentenza in commento, uniformandosi ad altri precedenti giurisprudenziali conformi, ha ribadito come in tema di colpa professionale medica, l'errore diagnostico si configura anche quando si ometta di eseguire controlli ed accertamenti doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi.

Ne deriva che è responsabile il medico anche quando la sua omissione abbia contribuito alla progressione del male e l'errore costituito dalla diagnosi tumorale colposamente tardiva abbia determinato il decesso del paziente o l'abbreviazione della sua sopravvivenza.

Ed infatti, sulla base di un giudizio controfattuale, confortato dalle risultanze istruttorie, era emerso come una diagnosi corretta e tempestiva avrebbe potuto scongiurare un decorso infausto almeno in tempi così brevi, consentendo alla paziente di ricorrere a protocolli terapeutici (ad es. asportazione parziale dell’organo affetto da tumore) idonei a garantire la guarigione o, comunque, a incrementare consistentemente le sue speranze di vita.

In definitiva, l’essere affetti da un male terminale non fa venir meno la responsabilità del medico che abbia ritardato la diagnosi corretta, costituendo anche il solo prolungamento della vita, di settimane o anni, un elemento da prendere in considerazione a tal fine.

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Ha 51 anni, M.L. le sue iniziali, il pedone condannato ad un anno di reclusione, con sospensione della pena, per concorso in omicidio colposo di S.Z., conducente del Motociclo Yamaha deceduto lungo le strade del capoluogo lombardo.

I fatti: M.L. scende dall’autobus di trasporto urbano su cui viaggiava come trasportato e, senza attendere il segnale pedonale verde di “via”, attraversava distrattamente la carreggiata, non avvedendosi dell’arrivo della Yamaha condotta da S.Z. che dunque, vedendosi all’ultimo secondo davanti agli occhi il pedone, perdeva il controllo del proprio mezzo, venendo sbalzato dalla sella ed urtando violentemente contro il guard-rail prima e contro un palo della segnaletica stradale poi.

Inutile il trasporto in Ospedale, dove il centauro perdeva la vita di lì a poco a seguito delle gravissime lesioni riportate nel sinistro di cui sopra.

Il motivo della condanna, spiegano gli Ermellini, è da ricondursi alla circostanza per cui M.L. abbia del tutto repentinamente impegnato la carreggiata nell’attraversamento pedonale, sbucando improvvisamente da dietro il vettore da cui era appena sceso e ciò senza nemmeno attendere il segnale verde del semaforo presente e perfettamente funzionante.

A sostegno delle motivazioni, si legge nella stessa pronuncia (Sent. 32095 dello scorso mese di Luglio) come la S.C. abbia “tenuto conto dell’assenza di tracce di frenata, della presenza di almeno un mezzo di grosse dimensioni che occultava la visibilità dei pedoni e della rapidità con cui è avvenuto il fatto” e dunque hanno concluso che S.Z. era ad una distanza talmente ridotta dall’attraversamento pedonale da risultare impossibile ogni manovra di arresto del Motociclo e ciò a prescindere dal segnale verde o anche giallo che il semaforo avesse potuto proiettare.

Con questa pronuncia, a conferma delle precedente sentenza resa nel Febbraio del 2015 dalla CdA di Milano, la Corte di Cassazione ha altresì stabilito che l’indennizzo che spetta ai familiari del centauro deceduto e che M.L. dovrà loro corrispondere, ammonta ad € 150.000,00.

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