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Sempre meno risultano essere, nei centri abitati, gli spazi (magari verdi!) in cui i nostri figli possono trascorrere il loro tempo giocando insieme al pallone e socializzando.

A ciò si aggiunga come i ritmi, specialmente quelli lavorativi, dei genitori, determinino sempre meno tempo utile da poter trascorrere con i pargoli.

E così capita sempre più spesso che, per le suddette ragioni, si formino capannelli di bambini nei cortili dei palazzi o comunque all’interno delle aree condominiali, che dunque si trasformano nelle ore pomeridiane in veri e propri campi da calcio o volley o basket. Nel rispetto o meno dei singoli regolamenti condominiali.

Immancabile però è anche la presenza del vicino “cattivo”, “nemico dei bambini”, che mal tollera gli schiamazzi e non perde occasione per muovere continui rimbrotti ai bimbi affinché vadano alla ricerca di altri posti dove giocare e, nelle ipotesi più estreme, addirittura attende pazientemente che il pallone, strumento di gioco più diffuso, venga lanciato per errore all’interno della sua proprietà, così da poterlo bucare o comunque “sequestrarlo”!

Questo, in sintesi, l’argomento recentemente affrontato dai Magistrati di Piazza Cavour, ovvero il caso di un uomo che, stanco di minacciare verbalmente i bambini che giocavano sotto il suo balcone senza sortire alcun effetto, decide di bucare loro il pallone con un coltello.  

L’uomo, condannato in primo grado per stalking con la motivazione che il suo comportamento fosse riconducile ad un vero e proprio atto persecutorio e, in Appello, per il più “tenue” reato di violenza privata, veniva totalmente scagionato ed assolto nel Giudizio di Cassazione.

Gli Ermellini infatti accoglievano la tesi dell’uomo secondo cui il comportamento da quest’ultimo tenuto aveva come finalità quella di ottenere il rispetto del regolamento condominiale (secondo cui era vietato giocare a pallone in talune fasce orarie).

Non solo: a sua discolpa l’uomo spiegava come in realtà i suoi rimbrotti non spaventavano nessuno dei bambini che infatti non avevano mai smesso di giocare nel cortile condominiale.

Ed infatti, la norma di cui all’art. 610 c.p. sancisce che la violenza e/o la minaccia, affinché integri gli estremi del penalmente rilevante, debba determinare una perdita o riduzione sensibile, da parte del soggetto che la subisce, della capacità di determinarsi ed agire secondo la propria volontà.

Sulla scorta di quanto esposto, i Giudici della S.C. ritenevano che la forma di violenza perpetrata dall’uomo non fosse riconducibile a quella sanzionata penalmente, proprio alla luce del fatto che i ragazzi non abbiano mai interrotto i loro giochi sebbene rimbrottati ed anzi, abbiano sempre proseguito liberamente nelle loro attività ludiche.

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Il messaggio che giunge dai Giudici della S.C. al mondo dell’insegnamento è forte ed inequivocabile: dire ad un alunno “stai attento che quest’anno ti boccio” è reato!

E’ infatti ormai assodato, secondo l’Orientamento della S.C., l’assunto per cui l’insegnante che “avvisa” il proprio alunno, rischia di vedersi contestato il reato di abuso dei mezzi di correzione e disciplina, sanzionato penalmente ai sensi dell’art. 571 c.p.

Sul punto si registrano, nel corso degli anni, tutta una serie di pronunce degli Ermellini che vanno nella stessa direzione, a tutela dell’alunno e della sua sensibilità (su tutte Sent. n. 47543/15).

E ciò in quanto ogni insegnante ha in affidamento l’alunno per ragioni educative e di istruzione, esercita sullo stesso la propria autorità ed ha il dovere di cura, vigilanza, custodia e soprattutto di preservarne l’integrità psico-fisica: la violazione e/o l’abuso di tali poteri potrebbe determinare, come negli specifici casi trattati dalla Corte di Cassazione è stato comprovato, notevoli pregiudizi lesivi della serenità dell’alunno, con evidenti riflessi anche nella vita personale, familiare e sulle attitudini relazionali, che ne risultano inevitabilmente, se non compromesse, per lo meno menomate.

In casi particolari, la norma penale in questione, arriva a prevedere finanche la reclusione da 3 a 8 anni!

Aspetto non secondario della vicenda, peraltro, è lo stretto legame con l’attività lavorativa svolta: la commissione di un siffatto reato, infatti, in quanto gravemente lesivo del vincolo fiduciario e totalmente in antitesi con lo scopo della figura professionale ricoperta e con le modalità del suo esercizio, legittima il licenziamento con effetti immediati dell’insegnante colpevole di minaccia ai danni dell’alunno.

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