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Il caso: un lavoratore dipendente, assente per malattia attestata anche in sede di visita fiscale a domicilio (e ritenendo dunque automaticamente nota la circostanza al datore), veniva licenziato per non aver tempestivamente avvertito la società circa il proprio stato deficitario di salute e dunque per assenza ingiustificata dal posto di lavoro per un periodo superiore a 4 giorni (periodo che nel CCNL di riferimento fungeva da spartiacque tra una sanzione conservativa – assenza inferiore a 4 giorni – e una sanzione appunto espulsiva).

Vinto il primo grado di giudizio, la Corte di Appello di Perugina riformava la detta pronuncia, dichiarando legittimo il licenziamento comminato dalla società, sulla scorta di un’interpretazione del CCNL applicato al caso in esame diametralmente opposta a quella cui era pervenuto il Giudice del primo grado.

Il lavoratore impugnava la sentenza di appello che, tuttavia veniva confermata dalla Suprema Corte di Cassazione.

I Giudici di Piazza Cavour, infatti, con sentenza n. 26465 dell’8 Novembre u.s. hanno argomentato come il lavoratore assente per malattia sia tenuto a comunicare al datore le ragioni che giustificano l’'assenza, salvo che vi sia un giustificato impedimento, trattandosi di un suo preciso obbligo previsto dal CCNL.

L’inosservanza del detto obbligo, nel caso in esame, ha comportato la piena legittimità del licenziamento comminato, posto che il CCNL di settore prevedeva la massima sanzione disciplinare a fronte di un’assenza ingiustificata superiore a quattro giorni.

La Cassazione, infatti, nel ricordare che non assume rilievo l''effettività o meno della malattia perché la sanzione colpisce l''inadempimento degli obblighi di comunicazione che gravano sul lavoratore, ha affermato che "La ratio di tale disciplina è evidente e corrisponde all''esigenza di rendere edotto il datore di lavoro nel più breve tempo possibile dell''assenza di un suo dipendente; la cadenza degli adempimenti è preordinata a consentire all''imprenditore di provvedere con tempestività ad assumere gli interventi organizzativi necessari ad assicurare il buon funzionamento dell''impresa e della produzione. Le parti sociali hanno valutato, con apprezzamento insindacabile dei contrapposti interessi, che il protrarsi dell''assenza non assistita dall''adempimento degli obblighi suddetti costituisce inadempimento così grave da giustificare il licenziamento, in quanto trascende il limite di tollerabilità di un''assenza non giustificata".

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Vittoria!!!

Il Tribunale sezione Lavoro di Roma, ha sposato in toto le considerazioni in diritto mosse dallo Studio Legale Falorio a tutela di ben 9 lavoratori – autisti di autobus urbani, di una nota azienda facente parte del Consorzio che ha in appalto il servizio trasporti pubblici Capitolini, licenziati per essersi assentati dal lavoro per malattia.

Secondo la tesi sostenuta dalla Società datrice e smentita dal richiamato Tribunale, i lavoratori destinatari del provvedimento espulsivo, non sarebbero stati più proficui al lavoro ed alle mansioni per cui erano stati assunti, a causa delle loro assenze per malattia.

A difesa dei 9 dipendenti, è stato di contro argomentato che, mentre “lo scarso rendimento” deve ritenersi connotato da una colpa del dipendente stesso ed implica un inadempimento di tale portata da poter qualificare il provvedimento espulsivo come licenziamento disciplinare, la “malattia”, invece, nei limiti del periodo di comporto, deve essere considerata come un fatto neutro, non imputabile al lavoratore e dunque privo di qualsiasi valenza positiva o negativa e, in quanto tale, non può concorrere ad integrare “lo scarso rendimento” del dipendente.

E così, dopo una lunga e dura battaglia, il lieto fine: tutti e 9 i lavoratori sono stati reintegrati sul posto di lavoro e ad oggi sono regolarmente in servizio!

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