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La Suprema Corte di Cassazione – Sezione Lavoro – con la sentenza n. 18506/2017 del 26 Luglio u.s. ha affermato il principio di diritto secondo cui il dipendente, illegittimamente privato di qualsiasi mansione lavorativa poiché risultato inidoneo a svolgere le mansioni originariamente affidategli, deve puntualmente allegare e provare il danno esistenziale in concreto subito ai fini del risarcimento.

In altri termini, la sola mancanza di lavoro in cui versa il dipendente non può configurare in sé e per sé il danno esistenziale che, infatti, non è liquidabile in via presuntiva dal Giudice di merito, dovendo il lavoratore allegare prove concrete che dimostrino il complessivo peggioramento della sua qualità di vita sia sul piano delle relazioni umane che del contesto familiare.

La sentenza in parola, al contempo, ribadisce come gravi invece sul datore di lavoro l’onere di provare l’eventuale inesistenza nel complesso aziendale di mansioni compatibili con il ridotto stato di salute del dipendente.

Così la Suprema Corte ha concluso la controversia promossa da un dipendente che era risultato inidoneo a svolgere le mansioni fino a quel momento affidategli e, quindi, era stato collocato in aspettativa retribuita senza poter svolgere alcuna prestazione lavorativa.

Il lavoratore, che aveva convenuto in giudizio il proprio datore per ottenere il risarcimento dei danni conseguenti al mancato utilizzo della sua prestazione, ha pertanto visto ribaltate dalla Cassazione le pronunce del Tribunale e della Corte d’Appello che, di contro, avevano liquidato il danno esistenziale in via presuntiva, ritenendo il danno subito dal dipendente in re ipsa.

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Venerdì, 28 Luglio 2017 08:00

E’ valido il licenziamento via whatsapp?

A quanto pare, sì! A stabilirlo è la Sezione Lavoro del Tribunale di Catania, chiamato a decidere sul ricorso presentato da una lavoratrice licenziata proprio tramite la chat di Whatsapp.

WhatsApp, il più popolare social network dell’ultimo decennio, dove, solitamente, si condividono contenuti foto e video con amici e familiari, e dove nessuno si aspetterebbe di essere licenziato.

Almeno fino al 29 Giugno u.s. quando il Giudice del Lavoro di Catania, nel rigettare il ricorso presentato dalla lavoratrice, ha ritenuto che il licenziamento intimato su WhatsApp assolva l’onere della forma scritta, “trattandosi di un documento informatico”, con tanto di prova di avvenuta ricezione (la c.d. “doppia spunta blu”).

Stando a quanto si legge nell’ordinanza, “la modalità utilizzata dal datore di lavoro nel caso di fattispecie appare idonea ad assolvere ai requisiti formali in esame, in quanto la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca …”.

Il Tribunale, con una sentenza che farà sicuramente discutere, ha così stabilito che è lecito licenziare un dipendente con un messaggio sui social network.

Ad oggi si tratta del primo caso in Italia, ma già si ha il forte timore che possa diventare la prassi, lì dove tale svolta nel panorama giurisprudenziale venga fatta propria e condivisa da altri Tribunali d’Italia. Ma non è detto che sia così.

Infatti, risulterebbe problematica una simile presa di posizione in assoluto, sia per i possibili dubbi sulla provenienza ed effettiva ricezione del messaggio, sia per l’aderenza al dettato normativo, che nella sua ratio originaria, era tutto volto alla massima tutela possibile del lavoratore.

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