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Il caso: una lavoratrice, nell'espletamento delle proprie mansioni di addetta al recapito della corrispondenza, trovandosi a bordo di un ciclomotore, scivolava sull'asfalto viscido per la pioggia riportando gravi fratture. L’INAIL non provvedeva alla liquidazione del danno biologico patito dalla lavoratrice in conseguenza del fatto che la società datrice non aveva assolto al proprio obbligo assicurativo pur in presenza di sentenza definitiva che accertava la natura subordinata del rapporto sin dall’epoca dell’infortunio.

La Corte d'Appello di Lecce, in riforma della decisione del Tribunale, accertava la responsabilità della società datrice per la mancata copertura assicurativa del rischio professionale ed il mancato approntamento di misure di prevenzione, e la condannava al risarcimento del danno patito dalla dipendente in conseguenza dell'infortunio.

Sul punto, la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 26261 del 6 Novembre u.s., ha confermato la pronuncia di appello: “  in ordine all'indennizzabilità del danno biologico derivato alla lavoratrice a seguito dell'infortunio occorsole, va riconosciuta alla lavoratrice medesima la somma che si sarebbe vista liquidare dall'INAIL in forza del disposto di cui alla I. n. 38/2000 ove la Società datrice non fosse risultata inadempiente all'obbligo assicurativo che le incombeva in ragione dell'intervenuto riconoscimento giudiziale della natura subordinata del rapporto all'epoca in essere tra le parti”.

Pertanto, il datore che non regolarizza la posizione del proprio dipendente, anche da un punto di vista assicurativo (impedendo quindi la normale copertura ad opera dell’INAIL), sarà tenuto a risarcire direttamente il danno patito dal lavoratore a seguito di un eventuale infortunio sul posto di lavoro.

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Il caso: un dipendente di una ditta edile siciliana che, nello svolgimento delle mansioni affidategli, si trovava su di una scala, rovinava al suolo riportando gravi fratture multiple.

La Corte di Appello di Caltanissetta, confermando la sentenza resa dal Tribunale di Enna, condannava il legale rappresentate della società datrice per il reato di cui all’art. 590 c.p. di lesioni personali colpose per violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro.

In particolare, la Corte d’Appello rilevava che l’evento lesivo era riconducibile alla condotta della società datrice, che aveva omesso di fornire ai dipendenti i dispositivi di sicurezza necessari in concreto.

Il ricorso giungeva dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione che, con sentenza n. n. 48951 del 14 settembre 2017 , confermava la pronuncia d’appello, affermando che “In caso di infortunio sul lavoro, il comportamento del lavoratore che per colpa abbia contribuito al verificarsi dell’evento lesivo non esclude la responsabilità penale del datore di lavoro ove emerga che questi non abbia correttamente adottato e fatto rispettare le prescrizioni anti-infortunistiche”.

Ed, infatti le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro e gli obblighi di vigilanza che gravano sul datore di lavoro risultano funzionali anche rispetto alla possibilità che il lavoratore si dimostri imprudente o negligente verso la propria incolumità.

In definitiva, l’eventuale colpa del lavoratore imprudente non può in alcun modo escludere la responsabilità che grava sul datore di lavoro che abbia violato le prescrizioni in materia antinfortunistica.

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La vicenda è accaduta a Melfi, dove una dipendente con ridotte capacità lavorative a causa di infortunio sul lavoro, dapprima veniva adibita a svolgere mansioni incompatibili con il proprio stato di salute - sebbene certificato dal Collegio Medico della ASL di competenza, e successivamente, veniva licenziata per c.d. “scarso rendimento” (in quanto produceva circa il 10% di quanto prodotto da colleghi in salute).

Impugnato il licenziamento principalmente sulla scorta del fatto che la società datrice fosse ben a conoscenza delle precarie e/o limitate capacità fisiche ma se ne fosse disinteressata nell’assegnazione delle mansioni da svolgere, la dipendente vedeva ordinata la propria reintegra in tutti e 3 i gradi di giudizio.

Infatti, come precisato dettagliatamente dai Giudici di Piazza Cavour nella sentenza n. 17526 del 14.07.2017, il licenziamento comminato per c.d. “scarso rendimento” è illegittimo qualora il datore abbia, per propria colpa, adibito il dipendente a mansioni incompatibili con le proprie ridotte capacità lavorative.

Nel dettaglio è stato esplicitato che, se lo stato di incompatibilità del lavoratore viene verificato dal Giudice di merito (accertamento non sindacabile in sede di legittimità) sulla base di certificazione medica rilasciata dagli istituti specializzati di cui all’art. 5 legge n. 300/70 (Asl, Inps etc..), il dipendente, illegittimamente licenziato per scarso rendimento, andrà reintegrato e risarcito a norma dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Tale pronuncia, peraltro dopo la doppia conforme del Tribunale di Melfi e della Corte d’Appello di Potenza, segna il lieto fine per la lavoratrice lucana.

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La S.C. con sentenza num. 7313/2016 ha riconosciuto l’indennizzabilità dell’infortunio in itinere occorso ad un lavoratore che, terminato il proprio turno, si metteva in sella alla propria bicicletta per tornare a casa, venendo letteralmente abbattuto da un motociclo sulla strada del ritorno a casa.

Chiariscono gli Ermellini come l’infortunio occorso in bicicletta, debba comunque essere valutato in relazione alla tipologia del percorso effettuato ed alla conformazione dei luoghi, alle condizioni climatiche in atto, al costume sociale ed alle normali esigenze familiari, alla presenza di mezzi pubblici ed alla loro organizzazione, nonchè alla vigenza di leggi volte all'incentivazione dell'uso dei mezzi ecologici.

In definitiva, ai fini di ottenere il riconoscimento dell’infortunio in itinere ed il conseguente diritto all’indennizzo, i Giudici della Corte di Cassazione hanno osservato come permanga la condizione che l'uso del mezzo (in questo caso la bicicletta) sia una necessità relativa (ossia da valutarsi attraverso l’analisi delle molteplici ragioni che condizionano la scelta del mezzo), con due limiti ben individuati:

  1. a) la normalità e ragionevolezza, in relazione a valori costituzionali quali la ragionevolezza (art. 3 Cost.), la libertà di fissare la propria residenza (art. 16 Cost.) le esigenze familiari (art. 31 Cost.), la tutela del lavoro in ogni sua forma (art. 35 Cost.), la protezione del lavoratore caso di infortunio (art. 38 Cost.).
  2. b) il rischio c.d. “elettivo”, da intendersi come tutto ciò che sia estraneo e/o comunque non attinente alla attività lavorativa e dovuto ad una scelta arbitraria del lavoratore che ponga in essere una condotta di fatto interruttiva del nesso tra lavoro rischio ed evento.

Bisogna dunque ricercare i criteri individuativi della normalità del percorso e della necessità del mezzo - oltre i quali insorge il rischio elettivo e l'uso non necessitato.

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