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Sul tema dei rapporti di lavoro alle dipendenze di società cooperative e sulle conseguenze in caso di licenziamento illegittimo è recentemente intervenuta la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite con sentenza n. 27426/2017, risolvendo un annoso contrasto interpretativo relativamente al  rapporto intercorrente tra la delibera di esclusione del socio lavoratore di cooperativa e il licenziamento dello stesso.

Più precisamente, i Giudici di Piazza Cavour hanno enunciato il principio di diritto secondo cui il socio lavoratore di una cooperativa che viene escluso dal rapporto associativo e licenziato per i medesimi fatti, al fine di ottenere la tutela massima della reintegrazione sul posto di lavoro, deve impugnare altresì la delibera di esclusione, e non già il solo licenziamento.

Diversamente, la sola impugnativa di licenziamento (e, quindi,  la mancata impugnazione della delibera di esclusione a monte del licenziamento) consente la possibilità di chiedere meramente una  tutela risarcitoria (il cui importo può variare tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto) a fronte di un licenziamento che risulti essere illegittimo.

La soluzione offerta dalle Sezioni Unite muove i passi da una ricostruzione generale del rapporto che lega il socio lavoratore alla cooperativa secondo cui  si prevede la coesistenza di due rapporti – quello associativo e quello di lavoro, ben potendo il socio non essere lavoratore  e, al contempo, non potendo più essere lavoratore se perde la qualità di socio.

Ne deriva che la risoluzione del rapporto di lavoro non determina automaticamente il venir meno del rapporto associativo; al contrario, la cessazione del rapporto associativo fa perdere automaticamente altresì la qualità di lavoratore.

Corollario di quanto detto, sostengono i Giudici di Piazza Cavour, è che in assenza di impugnazione della delibera di esclusione dalla cooperativa, il lavoratore non potrà chiedere la ricostituzione del rapporto sociale (che è presupposto essenziale) e, quindi, dell’ulteriore rapporto di lavoro.

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Venerdì, 28 Luglio 2017 08:00

E’ valido il licenziamento via whatsapp?

A quanto pare, sì! A stabilirlo è la Sezione Lavoro del Tribunale di Catania, chiamato a decidere sul ricorso presentato da una lavoratrice licenziata proprio tramite la chat di Whatsapp.

WhatsApp, il più popolare social network dell’ultimo decennio, dove, solitamente, si condividono contenuti foto e video con amici e familiari, e dove nessuno si aspetterebbe di essere licenziato.

Almeno fino al 29 Giugno u.s. quando il Giudice del Lavoro di Catania, nel rigettare il ricorso presentato dalla lavoratrice, ha ritenuto che il licenziamento intimato su WhatsApp assolva l’onere della forma scritta, “trattandosi di un documento informatico”, con tanto di prova di avvenuta ricezione (la c.d. “doppia spunta blu”).

Stando a quanto si legge nell’ordinanza, “la modalità utilizzata dal datore di lavoro nel caso di fattispecie appare idonea ad assolvere ai requisiti formali in esame, in quanto la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca …”.

Il Tribunale, con una sentenza che farà sicuramente discutere, ha così stabilito che è lecito licenziare un dipendente con un messaggio sui social network.

Ad oggi si tratta del primo caso in Italia, ma già si ha il forte timore che possa diventare la prassi, lì dove tale svolta nel panorama giurisprudenziale venga fatta propria e condivisa da altri Tribunali d’Italia. Ma non è detto che sia così.

Infatti, risulterebbe problematica una simile presa di posizione in assoluto, sia per i possibili dubbi sulla provenienza ed effettiva ricezione del messaggio, sia per l’aderenza al dettato normativo, che nella sua ratio originaria, era tutto volto alla massima tutela possibile del lavoratore.

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