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Chi ai giorni nostri non possiede un proprio profilo su facebook? O un account twitter? O Instagram?

L’utilizzo del social network da anni ormai ha preso prepotentemente piede nelle nostre vite e nella nostra quotidianità, a prescindere se siamo giovani o vecchi, lavoratori o inoccupati, studenti o professionisti, uomini o donne.

E sempre nuove problematiche giuridiche, giorno per giorno, nascono e si scoprono attorno all’utilizzo di questi strumenti di comunicazione.

In questo articolo vogliamo fare chiarezza e rispondere alle molteplici domande che ci vengono rivolte su che utilizzo è possibile fare dei social network senza incappare in reati e, comunque, su quale sarebbe il limite all’utilizzo degli stessi senza per ciò stesso rischiare di ricevere una denuncia per diffamazione.

La problematica, infatti, si pone in particolare per l’utilizzo di talune espressioni, certamente poco “oxfordiane”, divenute ormai di uso comune e quindi erroneamente valutabili “non offensive” o “goliardiche” dall’utente che, dunque, ne fa abbondante utilizzo in special modo nei commenti alle altrui pubblicazioni.

Per spiegare tutti i rischi, ci viene dunque di aiuto la recente pronuncia della S.C. (sentenza 2723/2017) che torna nuovamente a trattare della problematica della diffamazione attraverso i social network.

La Corte di Cassazione ben esplicita come il social network, nel caso di specie Facebook, sia potenzialmente in grado di raggiungere un elevatissimo ed indefinito numero di persone e, pertanto, ben può divenire strumento di commissione di reato, tra cui quello di diffamazione aggravata.

In sostanza, ogni utilizzo improprio del social network che si concretizzi nel lasciare commenti “poco carini”, è suscettibile di condanna per diffamazione.

Affinché la risposta ai quesiti iniziali sia ancora più chiara ed esaustiva e non lasci adito a dubbi, si segnala come la sentenza in oggetto abbia condannato l’utente di facebook per aver appellato la vittima “cornuta”.

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Non si fermano le sentenze dei Tribunali italiani emesse in favore dei datori di lavoro che contestano ai propri dipendenti le modalità e le tempistiche nell’utilizzo del social network più conosciuto al mondo: Facebook!

Ed infatti, si può rischiare il licenziamento a causa di Facebook:

  1. Quando si è in malattia e/o in permesso ex Lege 104/1992, ma ciò nonostante si pubblica sul social network una foto che ci ritrae in luoghi diversi, magari a divertirsi con amici, rendendo quindi pubblico come la realtà sia molto diversa da quella raccontata al proprio datore di lavoro;
  2. Quando si pubblica, anche fuori dall’orario di lavoro, un post denigratorio nei confronti del proprio datore di lavoro o verso l’azienda, in quanto, così facendo, si viola il c.d. “obbligo di fedeltà” verso l’azienda disposto dell’art. 2105 c.c.;
  3. Ed ancora, altresì quando si passa eccessivamente del tempo sul Social Network durante il proprio turno di lavoro.

E va in quest’ultimo senso, la recente sentenza n. 782 del 13 Giugno emessa dal Tribunale Sezione Lavoro di Brescia.

Il Giudice bresciano ha, quindi, confermato la legittimità del licenziamento comminato alla dipendente che passava troppo tempo su Facebook durante l’orario di lavoro, ritenendo le prove dedotte in giudizio dal datore di lavoro esaustive e non in violazione della normativa sulla Privacy.

Più precisamente, l’azienda allegava la stampata della cronologia internet del computer aziendale in uso alla dipendente – da cui si evidenziava una media di 16 accessi giornalieri ogni tre ore di lavoro – senza richiedere la di lei autorizzazione.

Il Tribunale, quindi, con la sentenza in parola, ha affermato come il datore di lavoro, così facendo, non abbia in alcun modo violato la privacy della dipendente, essendo un suo pieno diritto controllare i computer aziendali messi a disposizione del personale per l’espletamento della prestazione lavorativa, e come non abbia nemmeno violato il disposto dello Statuto dei Lavoratori, avendo verificato e controllato meramente condotte estranee alle mansioni lavorative e non anche la produttività e l’efficienza della dipendente.

In definitiva, il comportamento della dipendente è stato ritenuto idoneo a ledere il vincolo fiduciario con il datore di lavoro e, quindi, legittimo il licenziamento in tronco della stessa.

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