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Secondo la recente pronuncia della S.C. (Sent. 1379/2019), un lavoratore che muova critiche all’operato del proprio datore, rischia di commettere un illecito sanzionabile disciplinarmente nel caso in cui le osservazioni mosse violino i principi di verità, di continenza e di pertinenza.

Gli Ermellini, nel ribadire in via preliminare il riconoscimento della nostra Carta Costituzionale del diritto di libera manifestazione del proprio pensiero, evidenziano tuttavia come lo stesso debba essere mitigato con quelli che sono i doveri di fedeltà e collaborazione propri del rapporto (fiduciario) di lavoro.

Più precisamente, il decoro, la reputazione e l’onore del datore di lavoro, devono comunque essere sempre rispettati, ponendosi come limite invalicabile al diritto di espressione. 

Ogni volta che i limiti sopra spiegati vengono oltrepassati, il lavoratore commette un illecito sanzionabile disciplinarmente.

E’ importante dunque che ogni valutazione del lavoratore verso l’operato del proprio datore rientri nei limiti di quella che è una continenza sostanziale (le circostanze oggetto di critica devono essere vere) oltre che formale (il linguaggio, i termini e le espressioni devono comunque sempre essere orientate al rispetto della dignità della persona).

Non solo! Le rimostranze devono comunque attenere ad un interesse vivo e reale, in sostanza concreto, in capo al lavoratore.

Ogni comportamento del lavoratore che non rispetti i limiti sopra esposti, pone lo stesso dipendente a rischio licenziamento, determinando una lesione irreparabile del vincolo fiduciario, posto ala base di ogni rapporto di lavoro.

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Si, dicono gli Ermellini!

Il dipendente che abbia denunciato il proprio datore di lavoro ovvero un suo superiore gerarchico, non può per questo stesso motivo essere licenziato, a patto che la denuncia-querela, così come presentata, non configuri ipotesi di calunnia, cioè non contenga fatti non veritieri, riferiti alla Competente Autorità Penale con la piena consapevolezze, dunque, di mentire.

Così si è espressa l’8 Luglio scorso la S.C. con sentenza 17735/17 sul caso di un lavoratore licenziato per aver denunciato alle Autorità Penali la circostanza per cui il proprio datore di lavoro aveva fatto ricorso a procedure di mobilità nonostante non vi fosse, per la società, alcuno stato di difficoltà economica (anzi si era avuta una crescita!).

Gli Ermellini, partendo dalla norma contenuta all’art. 2015 C.C. che disciplina l´obbligo di fedeltà per cui ogni dipendente è tenuto ad usare lealtà e deve evitare di tenere comportamenti conflittuali con gli interessi del proprio datore di lavoro, o che comunque possano ledere il rapporto fiduciario con quest’ultimo, ribadiva con fermezza l’esistenza in capo ad ogni individuo del diritto di critica, delineandone il raggio di azione e chiarendo quindi, una volta per tutte, che ove tale ultimo diritto venga esercitato correttamente mediante esposizione, nei modi più civili, di fatti realmente verificatisi, non possa legittimare un licenziamento, tanto per giusta causa quanto per giustificato motivo.

Dunque, risulta legittimamente consentito al lavoratore muovere critiche verso il proprio datore di lavoro, nei limiti, però, per cui le stesse si pongano a difesa della propria posizione lavorativa, esplicitino fatti di totale verità, e siano espresse con linguaggio civile e rispettoso della immagine, dignità e decoro del “criticato”.

Senza che ciò metta a repentaglio la prosecuzione del rapporto lavorativo in essere.

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